Riflessione sull’assenza di segni
Cari maestri, cara comunità,
questa è una piccola condivisione sulla mia pratica di una delle tre porte alla liberazione nella tradizione buddhista: animitta, ovvero l’”assenza di segni”.
Ci sono molti simboli in questo mondo: una banconota ne è uno molto comune, e il suo potere deriva non da una sua qualità intrinseca ma dalla credenza collettiva in ciò che simbolizza e dagli effetti sociali reali prodotti da quella credenza. Le nostre vite sono formate e guidate dai simboli nei quali crediamo, dall’idea dello stato a cui “apparteniamo” fino al nostro nome e alla nostra identità. Per scegliere un altro esempio: il crocefisso è, ed è stato, un simbolo potente per molte persone, anche se i significati che ognuno ha percepito e dato a quel segno potevano essere radicalmente diversi gli uni dagli altri. Sono sicuro che San Francesco ha sentito una chiamata diversa rispetto a ciò che hanno sentito i crociati guardando lo stesso simbolo, e diverso ancora sarà stato il messaggio del crocefisso percepito da Giovanna d’Arco rispetto a quello ricevuto dalle vittime dell’inquisitore. Se guardo un crocefisso, o una bandiera nazionale, è compito mio decidere qual è il suo “vero” significato?
Queste domande erano uno dei temi principali della mia ricerca universitaria. Riflettendo sulla flessibilità di un rito o un racconto religioso, la studiosa Wendy Doniger scrisse: “Un mito è come un mercenario, può essere utilizzato per lottare per chiunque”. Liberandoci dall’idea che un segno, un simbolo, ha o debba avere un unico vero significato, ciò che diventa interessante non è la ricerca di quel significato ma l’osservare come noi esseri umani costruiamo le nostre vite e la nostra società attorno ai segni che creiamo, nutriamo e modifichiamo, giorno dopo giorno. Se i segni nella nostra società sono basati sulla separazione, la nostra mente sarà piena di divisione e di conseguenza il nostro mondo sarà diviso.

Un esempio della creazione di segni nuovi, frutti di una mente collettiva benevola e non-dualista:
“Costruiamo un linguaggio comune per un futuro giusto: Un lessico per una società condivisa”.
Una delle molte iniziative del movimento “A Land for All” (Una Terra per tutti) Per maggiori informazioni in italiano su “A Land for All”, vedi Due stati, Una patria
Scrivo tutto ciò per spiegare meglio l’ambivalenza che provo rispetto a un segno in particolare: le bandiere nazionali, a prescindere da quale nazione sia. Una bandiera per alcuni può essere un segno di orgoglio, di divisione, di superiorità, oppure di casa, di uno spazio sicuro o di riconoscimento. Similmente, chi vede sventolata la stessa bandiera può percepire in maniera assai diversa quel gesto in base alla propria esperienza, la propria cultura e il proprio condizionamento. Specialmente quando si tratta di nazioni in un conflitto che suscita così tanta identificazione ed emozioni, posso pensare che la guerra è là fuori, ma se sono onesto riconosco che tutti gli elementi del conflitto si trovano anche dentro di me: più disponibilità ad empatizzare con alcuni e meno con altri, un pensiero che riduce milioni di persone in una narrazione a due personaggi, l’attenzione che facilmente vede i torti degli uni e le vittime degli altri, e difficilmente il contrario, e soprattutto tutti gli effetti corporei che accadono quando la mente è in preda al giudizio e all’orgoglio.
La mia prima pratica è di accendere la presenza mentale: “c’è sofferenza qui”. Più avrò coltivato la presenza mentale, quotidianamente nel passato, più sarà stabile e disponibile in momenti difficili. Grazie alla presenza mentale posso notare con più precisione ciò che emerge in me quando guardo la bandiera del paese mio o di un altro, e in contesti diversi. È fierezza? Paura? Identificazione? Casa? Si sta instaurando un vortice dove le emozioni innescano pensieri che a loro volta rafforzano le emozioni? Grazie, Thây, per avermi insegnato come tornare alla pratica di base, al corpo e al respiro per non lasciarmi portare via. Torno allo spazio fra i pensieri, allo spazio accogliente dentro e fuori. Torno anche all’aspirazione del cuore: avere una mente-cuore aperta ed amorevole, non discriminatoria e capace di toccare la natura dell’interessere.
Qualche mese fa ho pensato a Maria Pia, una sorella del Sangha bolognese che, quando ha visto la bandiera palestinese esposta dalla finestra del Comune l’anno scorso, ha riconosciuto che quel gesto poteva avere tanti significati. Significava solidarietà ai cittadini palestinesi che vivono a Gaza, vittime dei bombardamenti israeliani? Significava sostegno al diritto dei palestinesi di vivere con sicurezza e rispetto? Oppure indicava sostegno a chi nega agli israeliani lo stesso diritto e la stessa sicurezza, facendo uso della violenza a tale scopo? Effettivamente, la bandiera è stata utilizzata per tutti questi significati in un momento o in un altro, in un certo contesto o in un altro, da persone diverse. Non conosco personalmente il sindaco di Bologna e quindi non mi posso (né voglio) pronunciarmi sulla sua intenzione, ciò che mi interessa è altro. Allo stesso tempo il 99% delle persone spettatori di quel segno saranno come me, similmente ignoranti dell’intenzione del gesto, e quindi le possibilità di fraintendimento sono alte.
Forse nostra sorella ha sentito una frase che ho pronunciato in una delle puntate di “Non ci sono altri”: “Chiedere un cessate il fuoco è troppo poco. Dobbiamo chiedere la riconciliazione. Senza una vera riconciliazione qualsiasi cessate il fuoco sarà limitato ed effimero.” Avrebbe voluto scrivere al suo sindaco e proporgli di mettere le due bandiere, quella palestinese e quella israeliana, una accanto all’altra, per chiarire l’intenzione e la speranza di un mondo dove tutti possano vivere in pace, senza paura di aggressioni o violenze, con diritti e rispetto. Vedere che i segni sono privi di un unico significato ci mette in guardia da quanto i simboli possano rafforzare divisione e odio, e allo stesso tempo ci rende capaci di utilizzare la nostra creatività e trovare modi per impiegare i segni in maniera più abile.
Cerco di farlo. Sicuramente desidero farlo. E riconoscendo il mio disagio quando vedo le bandiere nazionali dispiegate nelle manifestazioni, pro-questo oppure pro-quell’altro, ho voluto fare un esercizio di disegno per vedere se non potessi trovare un segno che esprima di più l’aspirazione di riconciliazione, di uguaglianza, di rispetto e di pace. Ho preso un colore dalla bandiera palestinese e un altro da quella israeliana, il bianco per la pace e ho fatto un paio di bozze. Guardando l’opera ho visto il simbolo dell’uguaglianza, ma anche una strada da percorrere, insieme. E vedo Terra, Acqua e Cielo che mi ricordano che facciamo tutte e tutti parte dello stesso pianeta vivente.
Credo che esporre questa, o un’altra, bandiera cambierà le azioni di qualche governo, potere o organizzazione violenta? Chiaramente no, e sicuramente non in maniera immediata o direzionata, a comando. Credo che la pratica di animitta, l’assenza di segni, renderà la nostra mente-cuore più libera e più abile, e che ciò avrà effetti salutari e concreti nella nostra vita e di conseguenza nel nostro mondo? Non ne ho dubbi.
Che tutti gli esseri stiano bene
vostro fratello Bar
Centro di pratica Pardesa
Pianeta Terra

Bandiera della riconciliazione fra sorelle e fratelli in Palestina e Israele, versione 1

Bandiera della riconciliazione fra sorelle e fratelli in Palestina e Israele, versione 2
Grazie Bar. Andrea